non potrai accontentarti. Marta sui tubi, Coincidenze
quasi adatti a dare il giusto peso ai sentimenti. Tre Allegri Ragazzi Morti, Quasi adatti
Nothing but violence from my empty gun
I’m using silver to light up these blackheart faces
blinding your fingers with my skin that burns for you Marlene Kuntz & Skin, La canzone che scrivo per te
Che diritti ho su di te?
non sempre ciò che dico è giusto
pensare di avere buon gusto
che diritti ho su di te?
quando vieni in città?
più vicino per sentire la tua mano
per andare con te più lontano
quando vieni in città?
cosa ci aspetterà?
nel bidone tutti i dizionari
sul tabellone non ci sono gli orari
cosa ci aspetterà?
fuggire da te
la mia paura è una botta sul muro
che mi distoglie da un futuro sicuro
fuggire da te
la mia fortuna qual è?
sapere di essere il tuo pensiero
che ti allontana dal tuo buco nero
la mia fortuna qual è?
mi hai chiamato tu
il mio silenzio è una spada appuntita
agitata in quest’aria appesantita
mi hai chiamato tu
che diritti hai su di me?
inchiodare al muro una rosa
un quadro che mi dice qualcosa.
mi fossi preso il diritto
di vivere il presente. Giorgio Gaber, L’illogica allegria
mi piacerebbe un amore
che non avesse alcun appuntamento
col dovere. Giorgio Gaber, Quando sarò capace d’amare
Per sette anni andai in giro, notte e giorno, con in mente una sola cosa: lei. Se ci fosse stato un cristiano fedele al suo Dio quanto io ero fedele a lei, oggi tutti noi saremmo altrettanti gesucristi. Notte e giorno pensavo a lei, anche quando la ingannavo. E ora, a volte, nel bel mezzo delle cose, quando credo d’essermene completamente liberato, magari voltando l’angolo, saltano fuori una piazzetta, pochi alberi, una panchina, un luogo deserto dove ce n’eravamo fatta una all’impiedi, dove c’erano state scene di gelosia folle, da impazzire. Sempre un luogo deserto come la Place de l’Estrapade, per esempio, o quelle straduzze sudice, tetre verso la moschea, o lungo quella tomba spalancata che è avenue de Breteuil, così silenziosa alle dieci di sera, così morta, che ti fa pensare che so? all’assassinio o al suicidio, ma basta che crei un vestigio di dramma umano. Quando mi rendo conto che lei non c’è più, partita per sempre, si apre un gran vuoto e mi sembra di cadere, cadere, cadere in un profondo spazio buio. E questo è peggio delle lacrime, più profondo del rammarico, del dolore, della pena: è l’abisso in cui fu precipitato Satana. Non c’è modo di risalire l’abisso, non raggio di luce, non suono di voce umana o umano tocco di dita.
Quante migliaia di volte, passeggiando per le strade di notte, mi son chiesto se sarebbe tornato il giorno ch’io la riavessi al mio fianco: tutte le occhiate di desiderio che lanciavo alle case e alle statue; le guardavo con tanta fame, con tanta disperazione che ormai i miei pensieri dovevano essere parte degli edifici stessi e delle statue, dovevano essere saturi della mia pena. Non potevo neanche fare a meno di riflettere che quando passeggiavamo insieme per queste strade sudicie e tetre, così sature del mio sogno e del mio desiderio, lei non aveva osservato nulla, sentito nulla; erano per lei come ogni altra strada qualsiasi, un poco più sordide, forse, ma basta. Lei non ricordava che a un certo angolo io mi ero fermato a raccogliere la sua forcina, o che, chinandomi a legarle le stringhe, avevo notato il punto in cui si erano posati i suoi piedi e ci sarei rimasto per sempre, anche dopo che fossero demolite le cattedrali e tutta la civiltà latina fosse stata spazzata via per sempre.
[…] Si è estinto il mio mondo di esseri umani; ero completamente solo nel mondo, e per amiche avevo le strade, e le strade mi parlavano in quella lingua triste, amara, composta di miseria umana, di desideri, di rimorsi, di fallimenti, di inutile fatica. Passando sotto il viadotto di rue Broca, la notte dopo che mi dissero che Mona era malata e faceva la fame, all’improvviso ricordai che qui nello squallore e nella tetraggine di questa strada infossata, forse terrorizzata dal presentimento del futuro, Mona mi si aggrappò e con voce tremante mi implorò di prometterle che non l’avrei mai lasciata, mai, qualunque cosa succedesse. E pochi giorni dopo ero sulla banchina della Gare St. Lazare e guardavo il treno andarsene, il treno che la portava via; lei si sporgeva dal finestrino allo stesso modo che si sporgeva dalla finestra quando la lasciai a New York e c’era quel medesimo, triste, incrostato sorriso sulle sue labbra, quello sguardo dell’ultimo minuto che vuol dire tante cose, ma che è solo una maschera contorta di un vacuo sorriso. Appena pochi giorni prima si era aggrappata a me disperatamente e allora era successo qualcosa, qualcosa che non mi è chiaro nemmeno adesso, e di sua volontà salì in treno e mi guardava ancora con quel sodrriso triste, enigmatico che mi sconcerta, che è ingiusto, innaturale, di cui diffido con tutta la mia anima. Ed ora son io, ritto all’ombra del viadotto, che tendo le mani verso di lei, che disperatamente mi aggrappo a lei, e c’è lo stesso inesplicabile sorriso sulle mie labbra, la maschera che ho calato sul mio dolore. Riesco a star qui con questo sorriso vacuo, e per quanto siano fervide le mie preghiere, per quanto disperato il mio desiderio, c’è un oceano fra di noi; là starà ella a far la fame, e qui io camminerò da una strada all’altra, con le lacrime cocenti che mi bruciano il viso.
Questo genere di crudeltà si incarna nelle strade; è questo che ci fissa dai muri e ci atterrisce quando all’improvviso reagiamo a una innominata paura, quando all’improvviso le nostre anime sono invase da un panico nauseante. È questo che dà ai lampioni la loro mostruosa torsione, che li fa ammiccare verso di noi e ci adesca verso la loro stretta asfissiante; è questo che fa apparire certe cose come custodi di segreti delitti e le finestre cieche come occhiaie vuote di occhi che han visto troppo.
Queste cose, scritte nella fisionomia umana delle strade, mi fanno fuggire quando all’improvviso, sul capo, vedo scritto impasse Satan. Che mi fa rabbrividire quando all’ingresso della moschea noto che sta scritto: “Lunedì e giovedì tubercolosi, mercoledì e venerdì sifilide.” Ad ogni stazione della metropolitana ci son teschi ghignanti che ti avvisano: “Défendez-vous contre le syphilis!” Ovunque siano muri, là sono lucidi tossici granchi che annunziano l’avvicinarsi del cancro. Dovunque tu vada, qualunque cosa tu tocchi, è cancro e sifilide. Sta scritto in cielo: fiammeggia e danza come un malaugurio. Ha raso le anime nostre e noi non siamo altro che una cosa morta, come la luna. Henry Miller, Tropico del Cancro
una poltrona, un libro o una rosa
lei avrebbe voglia di essere solo
quella cosa. Giorgio Gaber, Quando sarò capace d’amare
che se ne sta nascosta
come una serpe dentro un rovo
vilmente sconosciuta
appena sospettata
ma invece rivelata
nel momento che sta a te
Credevi di esser forte
credevi di esser saldo
ora sai chi sei
ora che sta a te. Vinicio Capossela, Lord Jim
cause hearts are the easiest things you could break. Jesus And Mary Chains, Some candy talking
