Per sette anni andai in giro, notte e giorno, con in mente una sola cosa: lei. Se ci fosse stato un cristiano fedele al suo Dio quanto io ero fedele a lei, oggi tutti noi saremmo altrettanti gesucristi. Notte e giorno pensavo a lei, anche quando la ingannavo. E ora, a volte, nel bel mezzo delle cose, quando credo d’essermene completamente liberato, magari voltando l’angolo, saltano fuori una piazzetta, pochi alberi, una panchina, un luogo deserto dove ce n’eravamo fatta una all’impiedi, dove c’erano state scene di gelosia folle, da impazzire. Sempre un luogo deserto come la Place de l’Estrapade, per esempio, o quelle straduzze sudice, tetre verso la moschea, o lungo quella tomba spalancata che è avenue de Breteuil, così silenziosa alle dieci di sera, così morta, che ti fa pensare che so? all’assassinio o al suicidio, ma basta che crei un vestigio di dramma umano. Quando mi rendo conto che lei non c’è più, partita per sempre, si apre un gran vuoto e mi sembra di cadere, cadere, cadere in un profondo spazio buio. E questo è peggio delle lacrime, più profondo del rammarico, del dolore, della pena: è l’abisso in cui fu precipitato Satana. Non c’è modo di risalire l’abisso, non raggio di luce, non suono di voce umana o umano tocco di dita.
Quante migliaia di volte, passeggiando per le strade di notte, mi son chiesto se sarebbe tornato il giorno ch’io la riavessi al mio fianco: tutte le occhiate di desiderio che lanciavo alle case e alle statue; le guardavo con tanta fame, con tanta disperazione che ormai i miei pensieri dovevano essere parte degli edifici stessi e delle statue, dovevano essere saturi della mia pena. Non potevo neanche fare a meno di riflettere che quando passeggiavamo insieme per queste strade sudicie e tetre, così sature del mio sogno e del mio desiderio, lei non aveva osservato nulla, sentito nulla; erano per lei come ogni altra strada qualsiasi, un poco più sordide, forse, ma basta. Lei non ricordava che a un certo angolo io mi ero fermato a raccogliere la sua forcina, o che, chinandomi a legarle le stringhe, avevo notato il punto in cui si erano posati i suoi piedi e ci sarei rimasto per sempre, anche dopo che fossero demolite le cattedrali e tutta la civiltà latina fosse stata spazzata via per sempre.
[…] Si è estinto il mio mondo di esseri umani; ero completamente solo nel mondo, e per amiche avevo le strade, e le strade mi parlavano in quella lingua triste, amara, composta di miseria umana, di desideri, di rimorsi, di fallimenti, di inutile fatica. Passando sotto il viadotto di rue Broca, la notte dopo che mi dissero che Mona era malata e faceva la fame, all’improvviso ricordai che qui nello squallore e nella tetraggine di questa strada infossata, forse terrorizzata dal presentimento del futuro, Mona mi si aggrappò e con voce tremante mi implorò di prometterle che non l’avrei mai lasciata, mai, qualunque cosa succedesse. E pochi giorni dopo ero sulla banchina della Gare St. Lazare e guardavo il treno andarsene, il treno che la portava via; lei si sporgeva dal finestrino allo stesso modo che si sporgeva dalla finestra quando la lasciai a New York e c’era quel medesimo, triste, incrostato sorriso sulle sue labbra, quello sguardo dell’ultimo minuto che vuol dire tante cose, ma che è solo una maschera contorta di un vacuo sorriso. Appena pochi giorni prima si era aggrappata a me disperatamente e allora era successo qualcosa, qualcosa che non mi è chiaro nemmeno adesso, e di sua volontà salì in treno e mi guardava ancora con quel sodrriso triste, enigmatico che mi sconcerta, che è ingiusto, innaturale, di cui diffido con tutta la mia anima. Ed ora son io, ritto all’ombra del viadotto, che tendo le mani verso di lei, che disperatamente mi aggrappo a lei, e c’è lo stesso inesplicabile sorriso sulle mie labbra, la maschera che ho calato sul mio dolore. Riesco a star qui con questo sorriso vacuo, e per quanto siano fervide le mie preghiere, per quanto disperato il mio desiderio, c’è un oceano fra di noi; là starà ella a far la fame, e qui io camminerò da una strada all’altra, con le lacrime cocenti che mi bruciano il viso.
Questo genere di crudeltà si incarna nelle strade; è questo che ci fissa dai muri e ci atterrisce quando all’improvviso reagiamo a una innominata paura, quando all’improvviso le nostre anime sono invase da un panico nauseante. È questo che dà ai lampioni la loro mostruosa torsione, che li fa ammiccare verso di noi e ci adesca verso la loro stretta asfissiante; è questo che fa apparire certe cose come custodi di segreti delitti e le finestre cieche come occhiaie vuote di occhi che han visto troppo.
Queste cose, scritte nella fisionomia umana delle strade, mi fanno fuggire quando all’improvviso, sul capo, vedo scritto impasse Satan. Che mi fa rabbrividire quando all’ingresso della moschea noto che sta scritto: “Lunedì e giovedì tubercolosi, mercoledì e venerdì sifilide.” Ad ogni stazione della metropolitana ci son teschi ghignanti che ti avvisano: “Défendez-vous contre le syphilis!” Ovunque siano muri, là sono lucidi tossici granchi che annunziano l’avvicinarsi del cancro. Dovunque tu vada, qualunque cosa tu tocchi, è cancro e sifilide. Sta scritto in cielo: fiammeggia e danza come un malaugurio. Ha raso le anime nostre e noi non siamo altro che una cosa morta, come la luna. Henry Miller, Tropico del Cancro
Ehm, sei sicuro di volermi raccontare tutte queste cose?
Perché, quali cose?
Dei tuoi genitori, la paranoia…
Be’, cos’è che ti sto raccontando, in fondo? Non ti sto dando proprio niente. Ti sto dando cose che Dio sa, che chiunque sa. I miei genitori sono famosi nella loro morte. E questo sarà il mio monumento costruito alla loro memoria. Io do a te tutte queste cose, ti racconto delle gambe di mio padre e delle parrucche di mia madre - più avanti in questo capitolo - e ti racconto i miei dubbi sull’opportunità o meno di fare sesso davanti all’armadio a specchi dei miei genitori la notte del funerale di mio padre, ma dopo tutto, cosa ti ho mai dato di così prezioso? Potresti pensare di sapere qualcosa di me, a quel punto, ma invece non sai ancora nulla. Io racconto, e un secondo dopo è tutto sparito. Non mi interessa - e come potrebbe? Ti racconto con quante ragazze sono andato a letto (trentadue), o di come i miei genitori hanno lasciato questo mondo, e alla fin fine che cosa ti ho dato? Niente. Posso dirti i nomi dei miei amici, i loro numeri di telefono…
Marny Requa: 415-431-2435
K.C. Fuller: 415-922-7893
Kirsten Stewart: 415-614-1976
Ma cos’è che hai in mano? Nulla. Tutti mi hanno dato il permesso di farlo. E perché? Perché tu non hai nulla, al massimo qualche numero di telefono. Può sembrare qualcosa di prezioso al massimo per uno o due secondi. Tu puoi avere solo quello che io posso permettermi di dare. E tu sei il mendicante che implora una qualsiasi cosa, mentre io sono il passante frettoloso che butta un quarto di dollaro nel bicchiere di carta che protendi verso di me. Questo è quanto ti posso dare. E non mi annienta. Ti do virtualmente tutto quello che possiedo. Ti do le cose migliori di me, anche se si tratta di cose che amo, ricordi di cui faccio tesoro, belli o brutti che siano, come le foto della mia famiglia appese al muro, posso mostrartele senza che esse per questo ne vengano sminuite. Posso permettermi di darti anche tutto quanto. Trasaliamo di fronti agli sciagurati che nei programmi pomeridiani rivelano i loro orrendi segreti di fronte a milioni di telespettatori, eppure… che cosa abbiamo tolto loro, e loro che cosa ci hanno dato? Niente. Sappiamo che Janine ha scopato con il fidanzato di sua figlia, ma… e allora? Moriremo un giorno e avremo protetto… che cosa? Avremo protetto dal mondo il fatto che facciamo questo o quello, che muoviamo le braccia in questo o quest’altro modo, e che la nostra bocca ha prodotto questi e questi altri suoni? Ma per favore. Ci sembra che rivelare cose imbarazzanti o private, tipo, che ne so, le nostre abitudini masturbatorie (quanto a me, circa una volta al giorno, perlopiù sotto la doccia), significhi - proprio come per i primitivi che temono che la macchina fotografica gli possa portare via l’anima - che abbiamo dato a qualcuno una cosa che noi identifichiamo come i nostri segreti, il nostro passato e le sue zone oscure, la nostra identità, nella convinzione che rivelare le nostre abitudini o le nostre perdite o le nostre imprese in qualche modo ci deprivi di qualcosa. Ma in realtà è proprio il contrario, di più è di più è di più, più si sanguina più si dà. Queste cose, i dettagli, le storie e quant’altro, sono come la pelle di cui i serpenti si spogliano, lasciandola a chiunque da guardare. Che cosa gliene frega al serpente di dov’è la sua pelle, di chi la vede? La lascia lì dove ha fatto la muta. Ore, giorni o mesi dopo, noi troviamo la pelle e scopriamo qualcosa del serpente, quant’era grosso, quanto era lungo approssimativamente, ma ben poco altro. Sappiamo dove si trova il serpente adesso? A cosa sta pensando? No. Per quel che ne sappiamo adesso il serpente potrebbe girare in pelliccia, potrebbe vendere matite a Hanoi. Quella pelle non è più la sua, la indossava perché ci era cresciuto dentro, ma poi si è seccata e gli si è staccata di dosso, e lui e chiunque altro adesso possono vederla.
Dave Eggers, L’opera struggente di un formidabile genio
(altre citazioni dallo stesso libro qui)
“Adesso meno. Il mio amico Claudio Magris mi ha regalato uno dei suoi ultimi libri, “Alla cieca”. Seicento pagine! Troppe. Però l’ho messo nello scaffale, in buona compagnia, accanto all’Ulisse di Joyce, un libro che tutti abbiamo comprato e nessuno ha letto. Non mi dica che lei l’ha letto?”
Sì, ma non so se ho fatto bene.
“Perché?”
A volte penso che qualche libro in meno e un po’ di vita in più…
“Guardi che la lettura è miracolosa. Con pochi euro si può passare una serata con il signor Voltaire, mentre tante volte ti siedi al bar a parlare con un coglione qualsiasi”. Paola Jacobbi intervista Ottavio Missoni (Vanity Fair)